Quando la perdita tocca chi sei: la perdita riproduttiva

donna che si porta le mani alla faccia e piange

La perdita riproduttiva è un evento tanto diffuso quanto spesso invisibile.
Non riguarda solo chi ha vissuto un aborto spontaneo, una morte perinatale o un fallimento nella procreazione medicalmente assistita.

Cosa si intende per perdita riproduttiva?

Secondo la definizione proposta da Rachel Yehuda e Janet Jaffe (2008), per perdita riproduttiva si intende qualsiasi interruzione, reale o percepita, del progetto di diventare genitori, che comporti una rottura profonda tra il desiderio di generare vita e la possibilità concreta di farlo.

Non è solo un lutto biologico.
È un’esperienza che tocca la progettualità, il corpo, la mente, le relazioni, l’autopercezione.
E che può generare un trauma non visibile dall’esterno, ma intensamente reale nella psiche di chi lo attraversa.

In letteratura, questo viene definito trauma riproduttivo (reproductive trauma), e si manifesta con caratteristiche molto simili a quelle di altri traumi: pensieri intrusivi, evitamento, senso di minaccia costante, vergogna, alterazione del senso di sé.
Ma ha una particolarità: colpisce proprio dove spesso si radica una parte centrale dell’identità, quella legata al progetto di diventare madre o padre.

È per questo che la perdita riproduttiva non riguarda solo un sogno che si spezza, ma tocca profondamente il modo in cui una persona si percepisce e si racconta.
Chi ero prima? Chi sono adesso?
E cosa resta di me, se non posso diventare ciò che immaginavo?

Perdita riproduttiva e identità

Quando si affronta una perdita riproduttiva, spesso il dolore non riguarda solo il corpo o il sogno infranto. Tocca anche l’immagine che abbiamo di noi stesse. Ci mette in discussione. Ci cambia.

Secondo lo studio di Vignoles et al. (2008), l’identità personale si costruisce su tre basi fondamentali:

  • Continuità, cioè il senso di coerenza tra passato, presente e futuro;
  • Autostima, la percezione di valore personale;
  • Appartenenza, il sentirsi parte di un gruppo o di una comunità.

Quando una donna vive una perdita riproduttiva o affronta l’infertilità, tutte queste basi possono essere profondamente scosse.

Una frattura nel tempo

La continuità viene spezzata. Ciò che si immaginava per il proprio futuro – diventare madre, costruire una famiglia – improvvisamente svanisce.

Ci si ritrova in una realtà che non assomiglia a quella sognata, e spesso è difficile riconoscersi. “Chi sono ora, se non posso essere la madre che pensavo di diventare?”.

L’autostima che vacilla

Il trauma riproduttivo può ferire profondamente l’autostima. Ci si può sentire sbagliate, inadeguate, come se il proprio corpo avesse “fallito”.

E anche se razionalmente sappiamo che non è così, le emozioni spesso seguono un’altra logica, più profonda e difficile da governare.

La buona notizia è che la regolazione emotiva è un’abilità che si può sviluppare e affinare con la pratica. Ecco alcune strategie efficaci:

Il senso di esclusione

Infine, viene meno il senso di appartenenza. La perdita può isolare. Guardare le altre donne intorno che diventano madri, vedere la vita che continua mentre la tua sembra essersi fermata, può generare una sensazione dolorosa di essere tagliata fuori. Come se non si avesse più un posto.

Una crisi dell’identità

Tutti questi aspetti rendono il trauma riproduttivo qualcosa che va oltre il lutto. È una crisi identitaria. Una frattura che riguarda il modo in cui ci si percepisce, ci si racconta, ci si proietta nel futuro.

J. Jaffe, nel suo lavoro, sottolinea proprio questo: la necessità di affrontare il dolore non solo come un evento traumatico, ma come una minaccia all’identità. Un lavoro terapeutico efficace deve aiutare a ricostruire una narrazione in cui anche la perdita trovi un posto.

Nel prossimo articolo parleremo di come questa identità possa evolvere, adattarsi e ritrovare un nuovo equilibrio anche dopo il trauma. Perché si può ricominciare a riconoscersi, anche dentro un vissuto che ha lasciato cicatrici.

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